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Il Museo Contadino della Bassa Pavese è stato fondato nel 1984 da un gruppo di cittadini di Santa Cristina e Bissone appassionati di storia e tradizioni locali, in particolare del mondo contadino. La collaborazione con l’Amministrazione Comunale ha permesso di reperire un immobile dove è collocata l’attuale sede del Museo.

Contatti

Piazza 25 Aprile
27010 Santa Cristina e Bissone (Pv)

Tel. 0382.70121

Cel. 328 2750610

museocontadino@ comune.santacristinaebissone .pv.it
 

Il Territorio

L’area territoriale della “Bassa pavese” è pressoché uniforme con un’altitudine media sul livello del mare di 65 metri; Nella carta della natura della Regione Lombardia è considerata di “Rilevanza ambientale”. Bagnata dal Po si trasformò in palude al ritiro del fiume più lungo d’Italia. Sebbene prosciugata attraverso una paziente ed intelligente opera dell’uomo ha mantenuto in alcune parti, seppur poco estese, la caratteristica delle zone umide e paludose. L’area d’origine alluvionale ha una superficie di 14.703 h. e si colloca a nord-est del territorio provinciale: confina a nord con la Provincia di Milano e il fiume Lambro, a nord-ovest con il fiume Ticino e a sud con il fiume Po. Confina con tre province (Mi-Lo-Pc) e una Regione (Emilia e Romagna). Il confine di nord-ovest è caratterizzato dalla confluenzadel fiume Po con il fiume Ticino. La parte più alta del pavese digrada a terrazzi verso la valle del Ticino intersecandosi con la parte più bassa la “Bassa pavese” appunto, che è la parte di territorio tra le più basse dell’intera Lombardia. […] Pur tuttavia e nonostante queste immense opere di bonifica sul territorio in questione sono rimasti intatti alcuni appezzamenti che hanno permesso nei secoli di mantenere una buona presenza di flora e di fauna acquatica insieme ad una nutrita fauna ittica.

 

Così nel basso medioevo “Fazio degli Uberti” descrive la zona più alta della Bassa pavese: “… Un continuo mutare: dall’acquitrino alla macchia, dalla palude al bosco lussureggiante. E’ un mondo incontaminato: un ambiente lasciato dall’uomo ai suoi ritmi ed equilibri naturali. Presso la confluenza del Ticino con il Po, all’incrocio di importanti strade…” Essendo la “Bassa pavese” la parte più bassa della Lombardia questa finisce con raccogliere le acque piovane che scendono dal Milanese e dai colli Banini favorendo ulteriormente il permanere sul terreno d’una abbondante quantità di acqua. Un’altra straordinaria particolarità, che ha permesso il mantenimento di zone umide, è data essenzialmente dallo scorrere del fiume Po, da quello dell’Olona e del Lambro, nonché da grandi rogge e grandi canali scolmatori. In particolare poi le continue alluvioni costituite da materiale di varie dimensioni che viene trasportato in sospensione dal fiume stesso e poi depositato in prossimità di esso durante le piene dando luogo ai cosiddetti “terrazzi alluvionali” i quali, pur mutando continuamente fisionomia ed entità per via dall’attività naturale del fiume, una volta terminata la fase di alluvionamento hanno nel corso dei secoli favorito lo svilupparsi d’una vegetazione spontanea che ha come elemento principale l’acqua. Altrettanto naturale è stato il diffondersi sia della fauna acquatica sia di quella ittica con una buona presenza delle singole specie.

 

L’insieme di queste particolarità hanno determinato e condizionato permanentemente l’ambiente e le attività economiche e potremmo sostenere, almeno sino agli anni sessanta del novecento, lo stesso “modello di vita” delle popolazioni rivierasche. Quest’ultime che fanno capo ai Comuni di Valle Salimbene, San Leonardo, Vaccarizza, Linarolo, Belgioioso, Spessa, San Zenone, Costa dè Nobili, Zerbo, Pieve Porto Morone, Badia Pavese e Monticelli Pavese, ancora oggi vivono una loro specifica coesistenza con il “grande fiume” che continua, in un qualche modo, ad influenzare la loro fisionomia e il loro sviluppo, non ultime le molteplici attività economiche. Tuttavia, il rapido sviluppo del progresso tecnologico e la stessa mano dell’uomo stanno, anche se lentamente, trasformando l’assetto naturale della zona.

 

Questo cambiamento lo si può notare dalle conseguenze delle continue alluvioni, dagli interventi strutturali operati dall’uomo legati in primo luogo alla viabilità, all’escavazione di sabbia e terra per l’industria delle costruzioni e dai recentissimi insediamenti produttivi e commerciali. Ad esempio il recente innalzamento dell’argine maestro del fiume Po, nei territori dei comuni rivieraschi sopra richiamati, se ha il pregio di garantire sicurezza alle popolazioni e ai relativi beni, influirà, di certo, sulle zone umide, che tenderanno in brevissimo tempo ad asciugarsi sino alla loro definitiva scomparsa. Inoltre, l’opera quotidiana di bonifica di piccolissimi appezzamenti nella parte di territorio chiamata dalle popolazioni di Pieve Porto Morone, Santa Cristina e Bissone e Corteolona, “padü” , rischiano di produrre, in pochi anni, la scomparsa dei pochi fontanili naturali rimasti. Questi un tempo contribuivano a mantenere oltre all’aspetto delle zone paludose, un’abbondante fauna acquatica insieme a quella ittica, in particolare le anatre selvatiche e le gallinelle d’acqua che nidificavano in tutti i corsi d’acqua d’una certa importanza. Oggi il numero dei fontanili è molto ridotto e con loro la relativa fauna d’acqua.

 

I fontanili che contribuivano in misura notevole a rendere caratteristica questa zona rispetto alla parte Nord del territorio in argomento ed erano fino ad una trentina d’anni fa perfettamente potabili, si sono impoveriti nella loro portata risorgiva e hanno completamente perso la loro potabilità. Ciò può essere addebitato a due principali fattori: le bonifiche che ancora sono condotte, mentre andrebbero con decisione vietata, e l’alto grado d’inquinamento generalizzato che c’è dato di rilevare. Le colture maggiormente presenti nella zona sono: riso, grano turco, frumento, pioppo canadese e marcite per il foraggio , mentre la vegetazione naturale è formata da robinie, ontani, salici, canneti e da qualche presenza di querce. […] Interessante al riguardo la testimonianza concessa da Emilio Garlaschelli che ci descrive minuziosamente le varie specie di fauna che popolava l’intera “Bassa pavese”.

 

In questo territorio la flora acquatica si è conservata con diverse specie, ma a tale proposito occorre riconoscere che essa è poco considerata, poco conosciuta e per niente protetta essendo considerata dagli utilizzatori dei canali di irrigazione e dei fossi un elemento di disturbo se non addirittura dannoso che occorre, in qualsiasi modo, distruggere. I primi elementi nati sulla terra sono quelli sviluppatisi nell’acqua. […] E’ il caso delle Ninfee, della Sagittaria, della Lemma Maggiore, del Morso di Rana. Maggior attenzione quindi dovrebbero avere le istituzioni competenti per territorio per la loro difesa, iniziando con un’azione di divulgazione, soprattutto tra le popolazioni giovanili, al fine di fornire a loro i mezzi di conoscenza e di tutela di questa parte del nostro ambiente. Per alcune specie sarebbe opportuno un vero e proprio intervento di ripopolamento e non solo di protezione.

 

Soprattutto i proprietari dei terreni non devono modificare o alterare situazioni presenti, come lavorare per bonificare i fontanili. Solo mantenendo inalterato l’ambiente è possibile riuscire a salvaguardare la flora e la fauna acquatica rimasta. Questa terra, sfruttata dai signori nei secoli scorsi come terreno di caccia, ha succhiato fatica e sudore ai “Braccianti di palude” che con innumerevoli sforzi lavorando con le sole braccia poiché gli animali affondavano e quindi non potevano essere utilizzati, e un solo attrezzo “la vanga di palude”, ricavavano una manciata di riso alla di fine d’integrare l’alimentazione povera che le famiglie dei braccianti avevano in quegli anni. A tale proposito la testimonianza di Paola Ferrari, Emilio Garlaschelli, Carlo Bettini e Gaetano Roveda, meglio d’ogni altra considerazione ci consente di renderci conto delle condizioni di vita e di lavoro che conducevano, fino a non molti anni orsono, le popolazioni che confinavano direttamente con le zone paludose della zona.

 

Questa ricerca dà modo di riscoprire un territorio, sul quale la stragrande parte delle generazioni di contadini, braccianti e salariati che ci hanno preceduto, hanno passato l’intera loro esistenza lavorando per moltissime ore d’ogni giorno della settimana. Dove si sono alimentati di quel riso sudato all’inverosimile, si sono dissetati in quei fontanili ed hanno usato queste piante, che vivono nell’acqua, quali ad esempio: il crescione e la salcerella come piante curative, per non parlare dell’erba andina impiegata nell’alimentazione delle anatre da cortile. La flora e la fauna acquatica oltre a quell’ittica, oggetto della ricerca sono elementi che hanno condizionato, fino a pochi decenni fa, la vita ed il lavoro delle generazioni precedenti alla nostra. E se da un lato è nostro dovere rendere migliori le condizioni di vita e di lavoro, tuttavia abbiamo anche il compito di protegger e conservare, per noi e per chi verrà dopo di noi, tutti quegli elementi che hanno, nel bene e nel male, reso caratteristico il territorio che abitiamo.

 

E’ in qualche modo non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo.

(testo di Osvaldo Galli; riduzione e adattamento del volume “Luoghi e Immagini della Bassa Pavese”).

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