testo di Osvaldo
Galli; riduzione e adattamento del volume "Luoghi e Immagini della Bassa
Pavese"
Larea territoriale della "Bassa
pavese" è pressoché uniforme con unaltitudine media sul livello del mare
di 65 metri; Nella carta della natura della Regione Lombardia è considerata di
"Rilevanza ambientale". Bagnata dal Po si trasformò in palude al ritiro
del fiume più lungo dItalia. Sebbene prosciugata attraverso una paziente ed
intelligente opera delluomo ha mantenuto in alcune parti, seppur poco estese, la
caratteristica delle zone umide e paludose. Larea dorigine alluvionale ha una
superficie di 14.703 h. e si colloca a nord-est del territorio provinciale: confina a nord
con la Provincia di Milano e il fiume Lambro, a nord-ovest con il fiume Ticino e a sud con
il fiume Po. Confina con tre province (Mi-Lo-Pc) e una Regione (Emilia e Romagna). Il
confine di nord-ovest è caratterizzato dalla confluenzadel fiume Po con il fiume Ticino.La parte più alta del pavese digrada a terrazzi
verso la valle del Ticino intersecandosi con la parte più bassa la "Bassa pavese"
appunto, che è la parte di territorio tra le più basse dellintera Lombardia.
[...]
Pur tuttavia e nonostante queste immense opere di bonifica
sul territorio in questione sono rimasti intatti alcuni appezzamenti che hanno permesso
nei secoli di mantenere una buona presenza di flora e di fauna acquatica insieme ad una
nutrita fauna ittica.
Così nel basso medioevo "Fazio degli
Uberti" descrive la zona più alta della Bassa pavese:
"
Un continuo
mutare: dallacquitrino alla macchia, dalla palude al bosco lussureggiante. E
un mondo incontaminato: un ambiente lasciato dalluomo ai suoi ritmi ed equilibri
naturali. Presso la confluenza del Ticino con il Po, allincrocio di importanti
strade
" Essendo la "Bassa pavese" la
parte più bassa della Lombardia questa finisce con raccogliere le acque piovane che
scendono dal Milanese e dai colli Banini favorendo ulteriormente il permanere sul terreno
duna abbondante quantità di acqua. Unaltra straordinaria particolarità, che
ha permesso il mantenimento di zone umide, è data essenzialmente dallo scorrere del fiume
Po, da quello dellOlona e del Lambro, nonché da grandi rogge e grandi canali
scolmatori. In particolare poi le continue alluvioni costituite da materiale di varie
dimensioni che viene trasportato in sospensione dal fiume stesso e poi depositato in
prossimità di esso durante le piene dando luogo ai cosiddetti "terrazzi
alluvionali" i quali, pur mutando continuamente fisionomia ed entità per via
dallattività naturale del fiume, una volta terminata la fase di alluvionamento
hanno nel corso dei secoli favorito lo svilupparsi duna vegetazione spontanea che ha
come elemento principale lacqua. Altrettanto naturale è stato il diffondersi sia
della fauna acquatica sia di quella ittica con una buona presenza delle singole specie. Linsieme di queste particolarità hanno
determinato e condizionato permanentemente lambiente e le attività economiche e
potremmo sostenere, almeno sino agli anni sessanta del novecento, lo stesso "modello
di vita" delle popolazioni rivierasche. Questultime che fanno capo ai Comuni di
Valle Salimbene, San Leonardo, Vaccarizza, Linarolo, Belgioioso, Spessa, San Zenone, Costa
dè Nobili, Zerbo, Pieve Porto Morone, Badia Pavese e Monticelli Pavese, ancora oggi
vivono una loro specifica coesistenza con il "grande fiume" che continua, in un
qualche modo, ad influenzare la loro fisionomia e il loro sviluppo, non ultime le
molteplici attività economiche. Tuttavia, il rapido sviluppo del progresso tecnologico e
la stessa mano delluomo stanno, anche se lentamente, trasformando lassetto
naturale della zona.
Questo cambiamento lo si può notare dalle
conseguenze delle continue alluvioni, dagli interventi strutturali operati dalluomo
legati in primo luogo alla viabilità, allescavazione di sabbia e terra per
lindustria delle costruzioni e dai recentissimi insediamenti produttivi e
commerciali. Ad esempio il recente innalzamento dellargine maestro del fiume Po, nei
territori dei comuni rivieraschi sopra richiamati, se ha il pregio di garantire sicurezza
alle popolazioni e ai relativi beni, influirà, di certo, sulle zone umide, che tenderanno
in brevissimo tempo ad asciugarsi sino alla loro definitiva scomparsa. Inoltre,
lopera quotidiana di bonifica di piccolissimi appezzamenti nella parte di territorio
chiamata dalle popolazioni di Pieve Porto Morone, Santa Cristina e Bissone e Corteolona,
"padü" , rischiano di produrre, in pochi anni, la scomparsa dei pochi
fontanili naturali rimasti. Questi un tempo contribuivano a mantenere oltre
allaspetto delle zone paludose, unabbondante fauna acquatica insieme a
quella ittica, in particolare le anatre selvatiche e le gallinelle
dacqua che nidificavano in tutti i corsi dacqua duna certa
importanza. Oggi il numero dei fontanili è molto ridotto e con loro la relativa fauna
dacqua. I fontanili che contribuivano in misura notevole
a rendere caratteristica questa zona rispetto alla parte Nord del territorio in argomento
ed erano fino ad una trentina danni fa perfettamente potabili, si sono impoveriti
nella loro portata risorgiva e hanno completamente perso la loro potabilità. Ciò può
essere addebitato a due principali fattori: le bonifiche che ancora sono condotte, mentre
andrebbero con decisione vietata, e lalto grado dinquinamento generalizzato
che cè dato di rilevare. Le colture maggiormente presenti nella zona sono: riso, grano turco, frumento, pioppo canadese e marcite per il foraggio , mentre la
vegetazione naturale è formata da robinie, ontani, salici, canneti e da
qualche presenza di querce.
[...]
Interessante al riguardo la testimonianza
concessa da Emilio Garlaschelli che ci descrive minuziosamente le varie specie di fauna
che popolava lintera "Bassa pavese". In questo territorio la flora acquatica si è
conservata con diverse specie, ma a tale proposito occorre riconoscere che essa è poco
considerata, poco conosciuta e per niente protetta essendo considerata dagli utilizzatori
dei canali di irrigazione e dei fossi un elemento di disturbo se non addirittura dannoso
che occorre, in qualsiasi modo, distruggere. I primi elementi nati sulla terra sono quelli
sviluppatisi nellacqua.
[...]E il caso delle Ninfee, della Sagittaria,
della Lemma Maggiore, del Morso di Rana. Maggior attenzione quindi
dovrebbero avere le istituzioni competenti per territorio per la loro difesa, iniziando
con unazione di divulgazione, soprattutto tra le popolazioni giovanili, al fine di
fornire a loro i mezzi di conoscenza e di tutela di questa parte del nostro ambiente. Per
alcune specie sarebbe opportuno un vero e proprio intervento di ripopolamento e non solo
di protezione. Soprattutto i proprietari dei terreni non devono modificare o alterare
situazioni presenti, come lavorare per bonificare i fontanili. Solo mantenendo inalterato
lambiente è possibile riuscire a salvaguardare la flora e la fauna acquatica
rimasta. Questa terra, sfruttata dai signori nei secoli
scorsi come terreno di caccia, ha succhiato fatica e sudore ai "Braccianti di
palude" che con innumerevoli sforzi lavorando con le sole braccia poiché gli
animali affondavano e quindi non potevano essere utilizzati, e un solo attrezzo "la
vanga di palude", ricavavano una manciata di riso alla di fine dintegrare
lalimentazione povera che le famiglie dei braccianti avevano in quegli anni. A tale
proposito la testimonianza di Paola Ferrari, Emilio Garlaschelli, Carlo Bettini e Gaetano
Roveda, meglio dogni altra considerazione ci consente di renderci conto delle
condizioni di vita e di lavoro che conducevano, fino a non molti anni orsono, le
popolazioni che confinavano direttamente con le zone paludose della zona.
Questa ricerca dà modo di riscoprire un
territorio, sul quale la stragrande parte delle generazioni di contadini, braccianti e
salariati che ci hanno preceduto, hanno passato lintera loro esistenza lavorando per
moltissime ore dogni giorno della settimana. Dove si sono alimentati di quel riso
sudato allinverosimile, si sono dissetati in quei fontanili ed hanno usato queste
piante, che vivono nellacqua, quali ad esempio: il crescione e la salcerella
come piante curative, per non parlare dellerba andina impiegata
nellalimentazione delle anatre da cortile. La flora e la fauna acquatica oltre a
quellittica, oggetto della ricerca sono elementi che hanno condizionato, fino a
pochi decenni fa, la vita ed il lavoro delle generazioni precedenti alla nostra. E se da
un lato è nostro dovere rendere migliori le condizioni di vita e di lavoro, tuttavia
abbiamo anche il compito di protegger e conservare, per noi e per chi verrà dopo di noi,
tutti quegli elementi che hanno, nel bene e nel male, reso caratteristico il territorio
che abitiamo.
E in qualche modo non dimenticare mai chi
siamo e da dove veniamo.
Mondine alla stazione ferroviaria di Pavia
I trascànt
Braccianti di palude
Attraverso le testimonianze dei braccianti della
palude "trascànt" tentiamo di ricostruire quali erano i metodi, i
prodotti e gli attrezzi per il lavoro nella palude che è chiamata dagli abitanti della
bassa pavese con il termine dialettale di padü o anche di fundón, proprio
perché vi si affondava ed era praticamente impossibile svolgere i lavori con animali e
carri. Possiamo documentare con testimonianze dirette, Il periodo che va dai primi anni
del 1900 sino al periodo della bonifica , anche se possiamo pensare che la situazione non
si scostasse poi di molto da quella esistente nel 1800, non essendoci stati grossi
mutamenti nelle tecniche utilizzate dai trascànt. Nel bassopiano pavese la presenza di acque
stagnanti era dovuta principalmente alle difficoltà di far scolare lingente massa
di acque provenienti dal Milanese e dalla collina Banina (Miradolo Terme e San Colombano
al Lambro), problema dovuto a uninsufficiente pendenza del terreno. La situazione
era aggravata lungo il fiume Po, a causa del continuo restringimento dellalveo che
isolava tratti nei quali le acque residue formavano ampie zone paludose.
Testimonianze dex trascànt
Emilio Garlaschelli, classe 1909:
Domanda - Può presentare comera
questa zona settanta anni fa?
Risposta - Io sono cresciuto qui e qui ho
lavorato. Cera della terra incolta, cerano dei canneti, e il resto era tutta
risaia permanente, coltivata a riso. Mi ricordo che nella vallata che porta a Chignolo Po
estraevano la torba che poi mettevano al sole ad asciugare; dai canneti si estraevano i batacü per confezionare i cuscini; la piuma delle canne palustri serviva per confezionare le
scope.
(versione in dialetto della testimonianza di
Emilio Garlaschelli)
Mi chì sòn cresü e chì ò laurà.
Ghér dlà tèra inculta, ghér di canè lasà a sèrbi e al rèst
lér tüta risèra stabile, tüt trésch ad ris. Am ricòrdi che ind
la valàda ad Chignò i tirévan sü la tòrba che pö i metévan al sù a sügà; dai
canè i druévan i batacü par fa i cusin; la piüma di canèt la druévan par fà i
scùu.
Carlo Bettini:
Io, in queste paludi, ho cominciato a lavorare
che avevo otto anni, adesso ne ho novantatrè. Qui erano tutte terre da vanga, erano
lavori che solo luomo poteva fare, perché gli animali sarebbero sprofondati.
Lunica coltura che si poteva fare era il riso e nientaltro.
(versione in dialetto della testimonianza di
Carlo Bettini)
Mi, cal padü chì, lò laurà ca
ghévi vòt an e dès agh nò nuantatrì. Chì lér tüt ris da
vangà, lér un laurà da òm, nò da bésti che chì i sprufundévan. Chì
lünica ròba che as pudéva cultivà lér al ris e basta,
gnéntàltar.
Gaetano Roveda:
Domanda - Comerano i terreni prima
della bonifica qui a Costa dè Nobili?
Risposta - Quando avevo quattordici o
quindici anni andavo a lavorare in quelle paludi. In quei tempi i terreni venivano
vangati; erano terre da vanga e non si poteva entrare con le bestie. Mi ricordo che, per
arare si mettevano sette o otto uomini disposti in fila e con la vanga, vangavano.
(versione in dialetto della testimonianza di
Gaetano Roveda)
Mi quand ghévi quatòrdas o quindas an
ndévi a laurà ind a chì padü chì. Alura, chi mumént là, i sapévan, i éran,
tüt tèr da vanga che as fundéva e as pudéva nò ndà déntar cui bésti. Am
ricòrdi che, par arà i s metévan sèt o vòt òm in fila e cun la vanga la
vanghévan.
I proprietari dei terreni paludosi, preferivano
"concedere a prestito" piccoli appezzamenti (trésca) ai salariati o a
chiunque - bracciante o avventizio - avesse espresso interesse di lavorare per
quellannata qualche pertica di terreno in palude. Il contratto stipulato tra il
padrone e i trascànt, aveva la durata di un anno ed era chiamato "contratto
di compartecipazione".
Il più delle volte non era stipulato per
iscritto, ma solo oralmente, fidandosi sulla parola data (sa stéva s la paròla).
Per i piccoli proprietari dei terreni paludosi (plandón), la mano dopera
impiegata, era quella appartenente al proprio nucleo familiare. Una famiglia, in media
quattro persone, riusciva a lavorare anche sedici pertiche, al padü. Per far
fronte ai lavori più faticosi, ogni nucleo familiare aiutava laltro. È da tenere in considerazione che tutte le
lavorazioni dei terreni paludosi erano eseguite "a tempo perso", erano cioè
attività secondarie e in aggiunta al lavoro principale. Infatti, i braccianti di palude
coltivavano il riso ed eseguivano tutte le fasi di lavorazione nei ritagli di tempo,
soprattutto nelle giornate di festa e domenicali. Per conoscere le fasi di lavorazione e
le operazioni necessarie per la coltura del riso ci siamo valsi del contributo e delle
testimonianze di Carlo Bettini e Giuseppe Armellini.
Vengono di seguito ricostruite le fasi di
lavorazione più importanti.
Preparà i sulch: dai primi di novembre
alla fine di marzo veniva preparato il "solco". Solitamente, ogni anno, il solco
veniva spostato in avanti di circa un metro. Lattrezzo utilizzato era il badile (badì).
Vangà: dai primi giorni di aprile sino
alla metà del mese di maggio il terreno veniva vangato. Data la compattezza del terreno
questo lavoro non poteva essere eseguito da un uomo singolo. Quattro trascànt,
disposti in fila orizzontale, affondavano contemporaneamente la vanga nel terreno e lo
rivoltavano. Lattrezzo usato era la vanga (vanga). Successivamente si
preparavano gli argini e si spianava la risaia con il badile.
Dagh lacqua e sumnà: dal
quindici al venti di aprile si aprivano le chiuse e si faceva scorrere lacqua nei
solchi. Successivamente, quando la risaia era allagata, si passava alla semina che
avveniva manualmente. Lattrezzo usato era una cesta che conteneva le sementi (cavagna
dla suménsa).
Fà la prima süg: dal dieci al dodici
maggio, quando spuntavano le pianticelle di riso, lacqua veniva tolta chiudendo
laccesso ai solchi. La prima süg durava sette o otto giorni e permetteva al
riso di rinforzarsi. Poi si faceva entrare di nuovo lacqua e la risaia veniva ancora
allagata.
La munda: dal venti di maggio
allultima settimana di giugno (San Pietro) si ripuliva il riso dalle erbe
infestanti. Dopo la monda, si toglieva lacqua per circa dieci o quindici giorni.
Taià: dal dieci al quindici settembre, a
seconda del tipo di riso, si procedeva al taglio. Per esempio, la qualità Martelli veniva
tagliata da metà settembre alla fine del mese. Altri tipi di riso maturavano anche alla
fine di ottobre. Un bracciante riusciva a tagliare anche tre pertiche di riso al giorno.
Il lavoro era eseguito a mano e lattrezzo utilizzato era la falce messoria (msüra).
Il riso tagliato veniva raccolto in covoni (cuón),
i quali venivano infilati con un legno appuntito alle due estremità (gügèta) e
trasportati a spalla fuori dalla risaia. Venivano depositati sui carri trainati dagli
asini, oppure dai cavalli o dai buoi e scaricati sullaia, dove si battevano con il
correggiato (vérga) in modo da separare la paglia dai grani.
Questo lavoro di battitura doveva essere fatto al
più presto, entro ventiquattro o al massimo quarantotto ore, altrimenti il riso si
sarebbe consumato. Il riso, lasciato sullaia a seccare per tre giorni, tempo
permettendo, era pronto per essere trasportato alla pila. Per i salariati agricoli che
decidevano di coltivare qualche appezzamento (trésca) di riso in palude, si
aggravava la fatica alla quale già venivano sottoposti dallimpresa agricola
quotidianamente. Agli obbligati il prezzo richiesto per la concessione era altissimo, e il
metodo applicato ingiusto: bisogna infatti ricordare che tutte le fasi della risicoltura
erano svolte completamente dalle loro braccia (dalla preparazione dei terreni, alla
trebbiatura del riso, fino alla posa sui granai), mentre la spartizione del raccolto era
diviso in parti uguali con il proprietario del terreno.
Al trascànt non rimaneva altro che metà
del prodotto, la metà del raccolto dopo un massacrante lavoro che era costato sudore e
fatica. La spartizione del riso avveniva sullaia della casa padronale. Quando si era
fatta la spartizione, il padrone del terreno pretendeva che il trascànt collocasse
i sacchi nel granaio. Questo era il metodo usato durante i primi decenni del nostro
secolo. Ma la situazione era ancora più pesante tra la fine del 1800 e i primi anni del
900, quando la spartizione era a tèrs. Due parti del prodotto
ottenuto venivano lasciate al padrone e una parte solamente spettava al trascànt.
Con la bonifica dellarea paludosa le cose cambiarono radicalmente. Il cambiamento
avvenne perché fu possibile, mediante unopera di prosciugamento e di canalizzazione
delle acque stagnanti e risorgive, entrare nei terreni con le macchine. Con le nuove
tecnologie e lavvento delle macchine scomparve anche il lavoro dei trascànt.
Tuttavia, non scomparve solo questa attività, ma tutte quelle che risultavano
direttamente collegate al tipo di ambiente. Scomparvero per esempio gli scuinè che
con labbattimento dei canneti dovettero cambiare attività o spostarsi in altri
luoghi; i liscadùr che dovettero spostarsi sulle rive del Po o delle lanche.
Scomparvero pure altre attività minori legate allambiente palustre.
Prendiamo in prestito le parole di Emilio
Garlaschelli per illustrare le condizioni dellambiente paludoso sino al momento
della completa bonifica:
Domanda - Quali animali vivevano in queste
paludi?
Risposta - Cera pieno di tassi,
lontre, puzzole, faine, cerano anche volpi. Tutti gli uccelli acquatici; beccacce,
anitre selvatiche, germani reali e tutti gli uccelli di passaggio in migratoria. Dal mese
dagosto sino a dicembre era popolata da questi uccelli, poi la palude gelava. In
quegli anni cerano molte tinche, carpe, lucci. Basti dire che lacqua era tanto
pulita che Roggia Bissona era popolata dal pesce persico e le donne di Bissone usavano
quellacqua per far da mangiare. Non come adesso che abbiamo paura a usarla nei
solchi dellorto!
Domanda - Come mai questi animali non
esistono più nella nostra zona?
Risposta - Quando sono stati trasformati i
canneti in colture e le paludi sono state bonificate (1950), questi animali sono
scomparsi. Forse qualcuno di questi animali ci sarà ancora!
(versione in dialetto della testimonianza di
Emilio Garlaschelli)
Domanda - Che bésti ghér ind a
chi padü lì?
Risposta - Ghér pién ad tas,
lüdri, spusù, faìn, ghér déntar ànca i vulp. Pö ghér tüt i üsé
dacqua; becacìn, andòt salvadagh, german real e tüt i üsé ad pasàg dla
migratòria. Dal més dagust fina a dicémbar ghér tüt chi bésti
lì; fin quand dòpu lacqua dal padü la sléva. Ind a chi an là ghér
tanta ténch, carpan, inguil, lüs. Basta dì che i dòn i ndevan ala Bisuna a tò
lacqua par fa da mangià e la Bisuna la purtéva al pès pèrsegh (e al pès
pèrsegh al vivéva ind lacqua ciara, mé la tròta). Nò mé dès ca ghùma
pagüra a dagh lacqua ind i sulch dlòrt.
Domanda -
Parchè dès chi bésti lì i
ghèn pü?
Risposta -
Laurénd i tèr, tirénd via
i canè e bunifichénd i padü chi bésti lì i èn scumpàrs. A dì la verità quai dói
gh na sarà ammò!
Testimonianza di Paola Ferrari; ex
mondina dal
padü
Domanda - Quali sono le sue origini?
Risposta - Io non sono nata qui a Santa Cristina,
sono di Lodi, lodigiana. Sono venuta ad abitare a Santa Cristina che avevo sei anni. Ho
fatto la quinta elementare, sono sempre andata bene a scuola e poi ho incominciato ad
andare a lavorare in campagna, nel Lodigiano.
Domanda - Come si ricorda, o meglio, cosa si
ricorda delle terre paludose che cerano nella parte bassa del paese, quando non
erano ancora state bonificate?
Risposta - Mi ricordo dei fundón, che si
andavano a lavorare per il riso. Lì si coltivava solo il riso e basta. E canneti. Se non
si lavorava a riso, erano tutti canneti; infatti, lasciando andare le terre incolte, erano
tutti canneti. Erano tutte terre... marce, ma tutte terre che davano il riso migliore di
tutti; il vialone. Veniva una spiga scura che era una bellezza, era un riso bellissimo e
buono. Era il migliore. In quelle terre lì, si sprofondava fino a metà coscia. Con le
mani dovevamo appoggiarci al fondo per poter tirar su le gambe e si doveva stare attenti.
Facevamo tutte così: per fare il passo dovevamo appoggiare le mani sul fondo... Anzi, mia
mamma non andava a mondare il riso in quelle paludi, perché aveva paura. Noi eravamo
giovani, signorine, magre e forti e andavamo più lì che in altri posti. Si diceva allora
che il padü era un divoratore di carne umana.
Domanda - Si ricorda come avveniva la
preparazione del terreno e la coltivazione del riso?
Risposta - Tutto l'inverno andava nella
preparazione della trèsca dal padü. Gli uomini spostavano i solchi, nel prusón
dove il raccolto era stato fatto precedentemente; creavano i prusón dove
cerano i solchi dellacqua. Dove si faceva il solco, rimaneva un argine che noi
chiamavamo arsinéla. Alla primavera, verso marzo, si andava a buttar giù
l'argine e tutti questi lavori venivano fatti a mano, "a spalla delluomo"
con la vanga. Poi si faceva la semina e si mondava. Cerano dei posti dove il riso
non nasceva o era raro; questo succedeva dove cerano i fontanili di acqua calda
sorgiva, che noi disévam i funtanìn o i caldanìn e lì non nasceva
e si doveva fare il trapianto. Nei campi in su (s'intende sull'altipiano), c'erano delle
campagne che servivano per il vivaio e questi vivai venivano fatti dai fittavoli; ma, giù
al padü, non si faceva nessun trapianto.
Domanda - Lei lavorava solo sotto i fittavoli o aveva anche la trésca di
riso?
Risposta - Io lavoravo sotto i fittavoli a giornata; con mio marito avevo la trésca
dal ris. Quando non avevo ancora compiuto i quattordici anni sono andata anche
a lavorare in sü Mlina, verso Mede Lomellina, a fare la stagione di quaranta
giorni. Ci portavano con il camion; si lavorava e si stava là a dormire. Mi ricordo che
noi avevamo un caporale e ogni caporale aveva quaranta, cinquanta donne; noi andavamo
insieme con quelle di Pieve Porto Morone.
Domanda - Quali differenze cerano, tra il lavoro sotto il fittavolo e
invece avere la propria trésca?
Risposta - Sotto il fittavolo si faceva solo il trapianto e la monda, ed eravamo
pagati a giornata. Questo lavoro durava da maggio fino a luglio. In una stagione facevamo
due monde. La prima, quando il riso era ancora basso e la seconda, quando il riso arrivava
già alla gola e faceva male alle braccia e alle gambe e ci dovevamo coprire tutte...
Eravamo tante mondine, trenta, quaranta per risaia, ma i campi erano molti e tempo che finivamo
la prima monda, cera già da tornare per fare la seconda.
Domanda - Di solito erano i fittavoli che vi venivano a cercare o eravate voi che
andavate a chiedere il lavoro?
Risposta - Erano i fittavoli che andavano dal collocatore e richiedevano per
esempio trenta, quaranta donne. Invece per la trésca, si lavorava tutto
lanno e non si prendeva niente fino in autunno, quando si faceva il raccolto. E
quando ci pagavano, non ci davano i soldi, ma venivamo pagati con il riso: a metà. Io e
mio marito quando avevamo la trésca, dovevamo vangare, trà giù i arsìn,
seminare, mandare su l'acqua, mondare il riso e in autunno, tagliarlo a mano, trebbiarlo,
farlo seccare, metterlo nei sacchi e portarlo sul granaio del fittavolo. A lui spettava
solo darci la semenza. Alla fine del raccolto, per la trésca dal padü, a noi che
lavevamo lavorata, spettava la metà del raccolto. Mentre per la trésca dal
fitàul che non era mai nelle terre di fundón, ma era nelle terre buone,
cera un altro sistema. Il fittavolo metteva giù la trésca, si faceva arare
la terra dai suoi dipendenti (essendo terre bonificate, si poteva arare), la faceva
seminare lui, poi noi la mondavamo, la tagliavamo e lui portava a casa il raccolto con i
suoi carri e il suo bestiame. Noi dovevamo farlo seccare sull'aia. Tre sacchi a lui e uno
si tirava in disparte per noi. I sacchi venivano riempiti con lo stè e per
riempire un sacco ci volevano cinque stè; poi dovevamo portaglielo sul granaio.
Se, per esempio, nelle terre buone una pertica rendeva quattro quintali di riso, in quelle
marce dei fundón si ottenevano due quintali. Però quello che non rendeva in
quantità lo dava in qualità, infatti, il vialone era il migliore, il più buono.
Domanda - Quali altre colture erano impiantate nel bassopiano?
Risposta - A bas dal paés as féva al grano, i ravìs, par fà
lòli, fieno a volontà e riso. Le terre erano o da arà o da fundón. Da arà voleva dire che si poteva andare dentro con le bestie ad arare, mentre da
fundòn si affondava e le bestie non potevano entrare. Quelle da arà le
tenevano i fitàul e invece quelle marce dei fundòn i preferisévan dài via a
trésca. I fitàul tegnévan i tèr da arà parchè i ghévan tanta bésti e
cavai e buoi. Anche per il fieno l'éra perfina bèl a vèdi, i òm tüt in fila
cun i fèr da prà a taià. Undici o dodici uomini con i ferri a tagliare e noi, sei o
sette ragazzine, dietro a loro con i rastrelli a fà landàna, per far
seccare il fieno. Era bello allautunno quando si doveva seminare il frumento; prima
si doveva zappare la terra e poi, in mezzo alla nebbia, si seminava, ed era bello
nell'autunno in mezzo a quella nebbia là. La campagna era bella a quei momenti là. E poi
tardi, verso dicembre, si andava ancora a lavorare in campagna e ndévam a girà
il letame. Prima si facevano in campagna dei mucchi di letame sopra un
piedistallo e poi, con ai piedi degli zoccoli, andavamo sui mucchi con la
forca a voltare il letame per farlo venire più marcio, avevamo su le nostre
giacchette e da lontano si sentivano sparare i cacciatori. Poi, in
primavera, con i cavalli
si andava a prendere questo letame,
si caricava sui carretti e con le forche si buttava giù per la campagna. Era bello, mi auguro che vengano ancora quei
momenti là, a fare i lavori di campagna che si facevano una volta. Unaltra
coltivazione che si faceva era la mèlga. Il fittavolo dava la terra arata, faceva
piantare con le macchine o a mano, con il filo, e poi diceva a noi se ne volevamo qualche prusón
e io, quando ero ancora con mia mamma, la prendevamo. Noi dovevamo zapparla; incalzarla
spettava al fittavolo che faceva venire i suoi attrezzi con i suoi cavalli. Poi noi si
doveva tagliarla, catàla, farla seccare. Il fittavolo con i suoi carri e le sue
bestie la portava a casa in cascina. Per questo lavoro il pagamento era a quinto: quattro
parti al fittavolo e una a noi. I scartòc della pannocchia, si lasciavano al
padrone che li usava per fare il letto al bestiame e invece i gravisìn si
dividevano anche loro a metà. Metà a lui e metà a noi che li mettevamo al sole per far
seccare e bruciare allinverno.
Domanda - Tornando al lavoro di mondina, lei si ricorda gli orari che facevate?
Risposta - Ma sicür. Si andava dentro alle cinque di mattina e alle otto e
mezza ci fermavamo per la colazione mezzora. Poi si ricominciava alle nove fino a
mezzogiorno. A mezzogiorno ci fermavamo unora per mangiare e poi ancora dalla una
fino alle due e mezza. Destate, invece, quando faceva proprio caldo, si andava giù
alle quattro e mezza di mattina per guadagnare la mezzora e si veniva a casa alle
due.
Domanda - Per recarvi sul posto dove cera la risaia con che mezzo andavate?
Risposta - In bicicletta, negli ultimi anni. Nel periodo di guerra tutto a piedi.
Andavamo a basso di Bissone fino a cascina Visconta, a piedi. Mi ricordo che alle tre di
notte ci trovavamo sulla strada, tutte a piedi per essere sul posto allorario
giusto... Sul lavoro ci si divertiva un mondo. La gente si voleva bene. E poi si cantava
per passare il tempo. Anzi era il padrone che voleva che cantavamo, perchè così si
lavorava di più. Se si parlava ci-ci-ci non voleva, perchè il padrone diceva che
parlando non facevamo andare le mani, invece cantando si rendeva di più. Per esempio noi
eravamo ragazze e cerano donne anche anziane e una diceva Teresina, cünta
la stòria, o cünta al pruèrbi e il padrone ci faceva smettere e voleva che
cantavamo, così le braccia andavano.
Ma una volta eravamo più affiatate, era una
meraviglia, eravamo una per tutte, ci volevamo più bene, la gente era più umana. E
adesso più, chissà perchè, neh? Venivamo a casa stanche e non cerano le comodità
di adesso, non avevamo lacqua in casa. E alla domenica si doveva lavare per
preparare i panni da lavorare; allora lavare, stirare per avere i panni pronti per il
lunedì.
Domanda - Per lavorare la vostra trésca di riso, quante ore occupavate?
Risposta - Ah la trésca di riso era un lavoro a parte, quando avevamo
lavorato sotto il fittavolo, nel tempo che rimaneva lavoravamo la nostra trésca.
Lì, di orari non ce nerano. Alla domenica o nelle feste si facevano otto, dieci,
dodici, quindici ore prima di venire su.
Domanda - In quegli anni cosè che mangiavate? Lalimentazione era a
base di riso?
Risposta - Pulénta e minèstra. Tut i dì o léra pulénta o léra
minèstra. Con la nostra trésca avevamo il riso che facevamo pilare alla pila
del paese, a més dì, pulénta; a la sira, minèstra. Pulénta cun al lat,
pulénta cun la frità. Di carne non ce nera. Tiravamo su le galline e poi non
le mangiavamo, le vendevamo per prendere i soldi. A quei tempi non cerano soldi.
Vendevamo anche le uova per comperare lo stracchino.
Domanda - Lei si ricorda se qui in paese, cerano delle malattie tipo:
pellagra, malaria, tifo ecc.?
Risposta - No, no. Qui a Santa Cristina non cerano quelle malattie. Qualche
caso di tifo, ma perché venivano a casa dalla guerra con il tifo, ma il padü non
ha mai dato quelle malattie. La popolazione di Santa Cristina è sempre stata sana.

Mondariso

Colture possibili
sullaltopiano
granturco o mais: mèlga,
riso: ris, grano o frumento: furmént, segale:
ségal,
avena: biàva, colza: ravìs,
lino: lin, canapa: canapa,
prato: prà dlèrba (triföi)

Termini dialettali dei nomi di animali
Uccelli
Airone cinerino: airòn,
Allodola: lòdula, Alzavola: alsàul o garganè,
Averla: avèrla, Ballerina: balerìna, Barbagianni: urluch,
Beccaccia: galinàsa o regina dal
bòsch, Beccaccino: sgnèpa o becacìn,
Cardellino: ravarìn, Cesena: viscàrda,
Cavalier dItalia: gamb lungh o
rus, Chiurlo: süflón, Cinciallegra: türchìna,
Colombaccio: pavión salvadagh o favàs,
Colombo: pavión, Cornacchia: cròv bertìn,
Cuculo: cucù, Combattente: gambèta o gambetòn,
Fagiano: fasan, Fischione: còll rus,
Folaga: fulaga o fuliga, Fringuello: fringuèl,
Gallinella dacqua: grintòn o
grugnèt, Gazza: sgasa,
Gabbiano reale: gabianàs, Garzetta: garséta,
Germano reale: german real o ànda
salvadga, Gheppio: falchèt,
Gufo: alòch, Marzaiola: crich chèt,
Martin pescatore: pia pès, Merlo: mèral,
Migliarino di palude: migliarìn d padü,
Oca selvatica: òca dla név, Passero: pasarìn,
Pavoncella: vanèta, Pettirosso: pèt rus,
Pigliamosche: ciàpa musch, Piro piro culbianco: cü bianch,
Piviere dorato: piviér durà, Poiana: puiàna,
Porciglione: pèt rus o giraldìna,
Quaglia: quàia, Rigogolo: papafìgh,
Rondine: rundàna, Scricciolo: óg ad bö,
Frullino: sgnepìn, Sgarza bianca: sgulgión,
Spatola: cüciarón, Storno: sturan,
Tordo: turd, Tortora: durdra,
Upupa: büba, Usignolo: rusgnö,
Verdone: verdón

Anfibi
Rana: rana,
Rospo: sat,
Salamandra: cagnóla

Rettili
Lucertola: lusèrta,
Ramarro: ghès, Biacco: milò,
Natrice tesellata: bisa, Biscia dacqua: bisa dacqua,
Vipera: lipra

Mammiferi
Talpa: tòpa,
Riccio: rüs-can, Pipistrello: rat sguladù o rat vulp,
Coniglio selvatico: lapìn, Lepre: légura,
Topino: ratin o murgiulìn, Ratto nero: rat da granè,
Ratto delle chiaviche: rat ad fògna, Volpe: vulp,
Lontra: lüdria, Tasso: tas,
Puzzola: spüsù, Donnola: bèlgura,
Faina: fughìn o fuìni

Pesci
Storione: sturión,
Luccio: lüs, Carpa: carpna,
Carassio: pès rus, Tinca: ténca,
Barbo italiano: barb, Cavedano: capsàl,
Scardola: sgàrsula o sgàrdula,
Alborella: alburèla, Anguilla: inguila,
Scazzone: bòt (pès bòt), Pesce gatto: pès gat,
Persico sole: gób (pès gób), Persico trota: bucalón,
Pesce persico: pès pèrsagh, Cobite: sédula

Principali tipi di piante presenti nella "Bassa pavese"
Canna di Provenza (Arundo Donax
L.): can, Cannella Palustre (Phragmites communis): canèt,
canèta,
Tifa (Thipha latifolia): batacü, Lisca (Cyperus longus): lisca,
Saggina (Soeghum Saccharatum): melghèta,
salgina, Salice bianco (Salix alba): gaba,
Salice da cesta (Salix trianda): gasia,
Pioppo bianco (Populus alba): àlbra,
Ontano nero (Alnus glutinosa): unìs,
unìsi, Gelso (Morus alba): murón,
Lino (Linum flavum): lin

Nominativi
in dialetto, con i quali erano contraddistinti gli abitanti dei vari dei
Comuni della "Bassa pavese"
Belgioioso: Brüsa Crist,
Corteolona: Balón, Santa Cristina e Bissone: Pita Gat,
Miradolo Terme: Mangia gandulìn;
Miradulés, Monteleone: Suclón,
Villanterio: Mangia melghèta, Chignolo Po: Chignulés, Monticelli Pavese: Muntaslè, Pieve Porto Morone: Pievè,
Zerbo: Cucù, San Zenone Po: Duturón,
Costa De Nobili: Och, Purasè,
Lambrinia: Camatàn, Linarolo: Sucót,
Cascina Zagonara: Marlón

Bibliografia:
Legge regionale n. 33 del
1977. Nel verde; in provincia di pavia. PROVINCIA DI
PAVIA 1999; Edz. Torchio dè Ricci. Nellazzurro; in provincia di pavia.
PROVINCIA DI PAVIA 1999; Edz. Torchio dè Ricci. Storia dItalia; Annali n. 8; Insediamenti e
territorio; Einaudi Editore 1985. Lino Zanaboni; LA STALLA, Storia di uomini
e bestie. Belgioioso 1999.
"Quando parlano i
contadini"; Museo Contadino della Bassa pavese, Biblioteca Civica di Santa
Cristina e Bissone; Edz. EMI Editrice in Pavia, 1998.
www.geocities.com./Athens/2933regioni.html.
vvv.uniroma1.it/bau/musei/anacomp/grassi/GBGIta.html.
I PAESAGGI UMANI; Touring Club Italiano; Milano
1977. CAMPAGNA E INDUSTRIA I SEGNI DEL ALVORO; Touring
Club Italiano; Milano 1981. Per i nomi dialettali degli animali, dei
pesci e degli uccelli, ci siamo avvalsi della consulenza di
Odoni Teresio
di S.Cristina e Bissone, cacciatore e profondo conoscitore della fauna e delle specie
ittiche presenti nella Bassa Pavese.
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