Le mondine e il voto
vicino
al luogo di lavoro
Dietro il
referendum istituzionale e le elezioni per la Costituente (2 giugno ’46)
- e cioè i primi due voti politici cui furono ammesse le
cittadine italiane - c’è una piccola storia che di qui ad un momento spiegheremo
ai più giovani cosa fu la Consulta – c’è una richiesta manoscritta del comunista
Fabbri e del socialista Sandro Pertini (sì, il futuro, amatissimo presidente
della Repubblica): si sottopone <<alla benevola attenzione>> del ministro
dell’Interno Romita <<la raccomandazione di dare la possibilità alle mondine che
si trovano fuori sede elettorale di dare il loro voto nelle sezioni elettorali
nella cui circoscrizione lavorano temporaneamente per spostamenti collettivi e
contrattati>>. Ci fu una durissima e lunga stagione (immortalata da Peppe De
Santis nel film "Riso amaro" con una bellissima Silvana Mangano) in cui migliaia
di donne emigravano nella pianura padana e più su, tra Lombardia e Piemonte, a
curare una per una - con l’acqua sino alle cosce, e per salari di fame – le
piantine di riso. Un lavoro bestiale, ora superato dalla tecnologia, ma anche
una fucina di dignità e d’acquisizione di coscienza proletaria: "E ben che siamo
donne, paura non abbiamo…".
Perché ora negare loro il diritto
di votare, appena conquistato con le amministrative del ’45? La richiesta dei
consultori, pur non presentata nella forma regolamentare dell’interrogazione
o dell’interpellanza (o, ancor più correttamente, di un emendamento alla
legge che si stava preparando proprio per eleggere l’Assemblea costituente),
fu inoltrata dal presidente della Consulta e futuro ministro degli Esteri
Carlo Sforza al ministro Romita, e l’art. 21 della legge elettorale previde
appunto la possibilità - in specifici casi, come appunto quello delle mondine
- di votare al di fuori del comune di residenza. Possibilità che è rimasta
per i militari, i marittimi, per poche altre categorie e in specifiche
contingenze. Così le mondine poterono votare: e non votarono di certo per la
sopravvivenza della monarchia.
Già, ma cosa fu esattamente la Consulta? In breve: nella
impossibilità di creare una rappresentanza popolare con libere elezioni perdurando la
guerra e loccupazione nazi-fascista nellItalia settentrionale, con un decreto
luogotenenziale dellaprile 45 fu costituita una Consulta nazionale <<da
formarsi su designazione dei maggiori partiti politici, fra ex parlamentari antifascisti
(cioè decaduti con il colpo di stato di Mussolini), tra appartenenti a categorie e
organizzazioni sindacali, culturali e reduci>>. Suo compito era dare <<pareri
sui problemi generali e sui provvedimenti legislativi che le vengono sottoposti dal
governo>>. La prima assemblea post-fascista, lavorò intensamente per un semestre
(tra il settembre 45 ed il marzo 46) anche se ufficialmente cessò le sue
funzioni solo la vigilia del voto costituente. Ebbe la sua sede a Montecitorio, non più
sede della "Camera dei fasci e delle corporazioni". I consultori, furono
inizialmente 304 e con la piena liberazione del Paese divennero 430: 128 di essi furono
poi eletti alla Costituente. Tra i consultori tre futuri capi dello Stato (De Nicola,
Einaudi e, appunto, Pertini) e uomini della levatura di Benedetto Croce, Luigi Longo,
Oreste Lizzadri, Mario Berlinguer, Leo Valiani, Arrigo Boldrini, il segretario dellancora
unitaria Cgil Achille Grandi.